ALBERTO MENZIANI

 

LA STORIA MILITARE DEL DUCATO DI MODENA

 

 

Alcuni ambienti zeppi di armi bianche, da fuoco, di baionette, di bandiere da fanteria e da cavalleria, adornati da canne di fucile, granate, lame di sciabola, scudi, corna di daino, teste di cervo, ed impreziositi da oggetti quali corni ricavati da zanne d’elefante, Sciable Turche di varie qualità, una tracolla di Corame coperta di Veluto torchino, contornata di Cordelina a oro consumata posta sopra una armatura di ferro… Il pensiero corre allo Zeughaus di Graz o ad altre celebri raccolte di armi ed oggetti militari del passato. Siamo invece nella Ducale Armeria estense, che così si presentava secondo un inventario del 1774 conservato presso l’Archivio di Stato di Modena, dal quale risulta fra l’altro che l’armeria fungeva anche da luogo di esposizione e di conservazione di materiali non più in uso e di trofei.

 

L’Inventario Delle Armi da Munizione della Ducale Armeria del 1774 ci ricorda in effetti che anche il Ducato di Modena ha avuto una sua storia militare. Una storia che anzi è durata più a lungo di quella degli altri Stati italiani preunitari –con la sola eccezione dello Stato pontificio-, perché le istituzioni militari estensi sopravvissero alle vicende del 1859. Come noto, infatti, l’esercito modenese rimase in armi a fianco del proprio sovrano, nel Veneto allora austriaco, sino al settembre del 1863, quando la “Brigata Estense”, divenuta ormai per Vienna un peso dal punto di vista economico e un inciampo da quello politico, fu disciolta dopo una commovente cerimonia tenutasi a Cartigliano, presso Bassano, il 24 di quel mese.

 

Già gli inizi dello Stato di Modena furono del resto segnati da questioni riguardanti l’ambito militare e da eventi bellici.

In effetti, quando nel gennaio del 1598 le Convenzioni Faentine risolsero a tutto svantaggio di Cesare I d’Este (1597-1628) il contenzioso insorto con la Chiesa per la successione nel Ducato di Ferrara, ponendo così le condizioni per il trasferimento della Capitale a Modena, fu in esse regolata anche la questione della destinazione da darsi alle artiglierie uscite dalle celebri officine di Alfonso I, Ercole II e Alfonso II, delle quali soltanto la metà fu lasciata in mano estense. Narra il Muratori che dei pezzi di maggiore importanza e calibro toccarono a Cesare lo Spazzacampagna e la Regina, mentre il Pontefice si prese il Terremoto e il Gran Diavolo, quest’ultimo del peso di ben sette tonnellate e capace di sparare palle di oltre 34 kg.

 

Pochi anni dopo, nel 1602, ma di nuovo ancora nel 1603 e nel 1613, il Ducato di Modena dovette sostenere tre campagne militari contro la Repubblica di Lucca a difesa della Garfagnana. Non si trattò di una drôle de guerre, ché anzi le ostilità furono condotte da entrambe le parti con grande rabbia e spietatezza; e se nel 1613 i Lucchesi si comportarono in modo tanto (…) barbaro, che i Turchi, e Tartari stessi non havrebbero fatto peggio (…) incrudelendo sin contro li alberi, i cadaveri dei nemici troppo barbaramente appesi alle piante nel 1603 per ordine del colonnello modenese Malatesta richiamano alla mente alcune fra le più tragiche incisioni delle Misères de la guerre del Callot.

 

Sotto il bellicosissimo Francesco I (1629-1658), il Duca ritratto dal Bernini e dal Velázquez, lo Stato estense prese parte a diversi conflitti, svolgendo un ruolo di primo piano sulla scena politico-militare del tempo. Numerose compagnie di Soldati di fortuna, arruolate per serviggio della Maestà del Re Catolico, furono ad esempio inviate in Catalogna tra il 1639 e il 1640 per combattere a fianco degli Spagnoli contro la Francia del Richelieu, contribuendo fra l’altro alla riconquista del grande forte di Salses (gennaio 1640). Alcuni anni più tardi il Ducato partecipò insieme a Parma, Venezia e Firenze alla prima guerra di Castro, durante la quale le truppe estensi, rafforzate da un contingente veneziano e guidate da Francesco I in persona -che aveva in sottordine quale comandante della cavalleria Raimondo Montecuccoli- riportarono una bella vittoria sulle forze di Papa Urbano VIII Barberini a Nonantola (luglio 1643). Fu forse in quella occasione che venne catturata la bandiera composta di fettuccie rosse, e bianche recante nel mezzo la Beata Vergine, con trè armi appiedi, una delle quali del Pontefice Barberini, l’altra della città di Bologna, e la terza del Vicelegato, che nel 1787 ancora si conservava nell’Armeria nobile del Duca Ercole III. Nel 1647-1649 e nel 1655-1658, infine, lo Stato di Modena, alleato del Piemonte e della Francia, guerreggiò addirittura contro la Spagna. Nel corso della seconda campagna le truppe dei coalizzati, di cui Francesco I era “generalissimo”, conseguirono notevoli successi, conquistando fra l’altro le piazzeforti di Valenza (1656) e di Mortara (1658).

 

Esaminando le carte militari dell’epoca conservate presso il nostro Archivio di Stato si trovano moltissimi contratti stipulati da funzionari estensi con ufficiali di varia provenienza per la fornitura, da parte di questi ultimi e secondo la prassi del tempo, di compagnie e reggimenti di fanteria e cavalleria. Così, ad esempio, il 23 luglio 1642 veniva concluso un accordo con il tenente Ippolito Pegolotti per l’arruolamento di una compagnia di cavalleria di 50 “Corazze”, da armarsi a cura dello stesso Pegolotti e da reclutarsi fuori dal Ducato, salva comunque la possibilità di arruolare anche soldati volontari sudditi di S.A. (…) pur che non siano obligati ad altro servitio di S.A.; il 26 settembre 1645 lo svizzero Giacomo Lossar prometteva di condurre entro sessanta giorni nello Stato di Modena un reggimento di 1.000 fanti di sua natione da porre al servizio ducale; il 18 luglio 1647 il capitano Aurelio Tabarilli di Padova si impegnava a formare, nello spazio di due mesi, una compagnia di fanteria di cento soldati Italiani forastieri (…) e di servire in ogni luogo con la Compagnia, dove comanderà S.A.S.; il 18 agosto 1655 Giovanni Andrea Restori, di Bastia in Corsica, si obbligava a levare otto compagnie per Servitio di S.A.S. di 50 fanti l’una, per la metà corsi e per l’altra metà italiani, con l’intesa che una volta raggiunto il concordato numero di 400 uomini gli sarebbero stati attribuiti grado e paga da colonnello; ecc. Erano queste le truppe che formavano il nerbo degli eserciti di cui Francesco I si avvaleva per combattere le sue guerre, e che normalmente venivano poi congedate insieme ai loro comandanti una volta cessato il bisogno.

 

Il Duca, come anche i suoi antecessori e gli altri principi dell’epoca, aveva peraltro a disposizione anche la cosiddetta Milizia, che inquadrava i sudditi maschi abili dai 14 ai 60 anni ed era organizzata su base territoriale. L’efficienza di questo organismo era però piuttosto modesta: una volta iscritti nei ruoli, infatti, i miliziotti restavano alle loro case prestando servizio solo quando necessario, anche se naturalmente erano tenuti a presentarsi periodicamente alle rassegne e all’addestramento. Intorno alla metà del Seicento la Milizia contava circa 12.000 uomini ripartiti nei “Colonnellati” di Modena, Rubiera, Reggio, Castelnovo Monti, Frignano, Montefiorino, Sassuolo, Carpi, Correggio, Brescello, Finale e Garfagnana. I territori infeudati (marchesati e contee) ne fornivano poi altri 10.500, mentre le varie compagnie di cavalleria dello Stato mediato ed immediato inquadravano complessivamente 1.200 miliziotti a cavallo. Esistevano inoltre una speciale milizia di “Bombardieri”, addetta al servizio delle artiglierie, nonché milizie urbane, come ad esempio quella dei “Caporioni”.

 

            L’ultima parte del XVII secolo vide le truppe estensi assai meno impegnate rispetto al periodo precedente. Nella primavera del 1666 oltre 5.300 soldati modenesi furono comunque  mobilitati e schierati tra la bocca dell’Enza e Gualtieri per fronteggiare 3.500 Mantovani, essendo lo Stato estense e quello gonzaghesco venuti ai ferri corti a causa di certe isolette del Po. Il confronto fra le opposte forze si risolse peraltro nello scambio di pochi colpi d’artiglieria, in quanto la mediazione spagnola indusse rapidamente le parti all’armistizio. Nel 1669 fu poi inviato a Candia, capoluogo dell’isola di Creta, un reggimento di circa 800 fanti agli ordini del colonnello conte Galeazzo Fontana, nel quadro delle iniziative prese in tutto l’Occidente per soccorrere la guarnigione veneziana della città, assediata dai Turchi da lunghissimo tempo ed ormai allo stremo. Sbarcate la notte del 22 agosto, le truppe furono poste alla difesa del gran Taglio di S. Andrea battendosi poi tenacemente per alcuni giorni, fino a quando, il 30 agosto, il “capitano generale da mar” Francesco Morosini decise la resa della piazzaforte.

 

            Gli ultimi decenni del Seicento sono ugualmente importanti per la storia militare dello Stato estense, perché fu sostanzialmente nel corso di quegli anni che si formò ciò che si può definire come il primo nucleo di un vero e proprio esercito permanente, di dimensioni peraltro alquanto modeste. Da un elenco degli Stipendiati mensalmente al soldo di S. A. Serenissima, datato 2 giugno 1681 e conservato presso l’Archivio di Stato di Modena, risulta ad esempio che all’epoca le forze stabilmente al servizio del Duca Francesco II erano costituite in primo luogo da due piccole unità di guardie, cioè la Compagnia di Guardia al Corpo, comandata dal capitano conte Ludovico Coccapani e forte di una sessantina di uomini, e la compagnia Alemanni, e Svizzeri Allabardieri alla Guardia del capitano conte Francesco Fontana, formata da circa quaranta elementi. V’erano inoltre 120 ufficiali e soldati del Presidio delle 4 Porte di Modana, le compagnie italiana ed alemanna di guarnigione nella cittadella della Capitale, della complessiva forza di 116 individui, nonché i presidi di Reggio (110 uomini), Carpi (44), Correggio (46), Montalfonso in Garfagnana (66), Rubiera (11) e della fortezza di Brescello. In quest’ultima località, in cui aveva base anche la flottiglia estense del Po, prestavano servizio la compagnia detta della Porta, quella detta della Piazza, nonché la Compagnia sopra il Bergantino (brigantino) denominato Madonna delle Grazie, per un totale di oltre 200 uomini tra ufficiali e soldati, cui si aggiungevano 4 marinari  e un Aguzino per la sorveglianza dei forzati addetti alla voga.

 

            Nel corso del lungo regno di Rinaldo I (1694-1737) furono combattute le due grandi guerre europee della successione spagnola e della successione polacca, durante le quali il Ducato di Modena fu invaso ed occupato dalle armate belligeranti, benché avesse tentato di seguire una politica di neutralità e per sostenerla avesse mobilitato la Milizia e messo in campo truppe “di fortuna”. Reggio cadde il 30 luglio 1702 nelle mani dei Francesi dopo breve resistenza, mentre Modena capitolò senza combattere il 1° di agosto. I miliziotti che guarnivano la Capitale non dovevano avere del resto molta voglia di battersi, almeno a giudicare dal fatto che per riuscire a mandare un Distaccamento di Cavalleria del Paese in ricognizione il 30 luglio fu necessario minacciare di farli moschettare dai soldati di fortuna (…) di Guardia alle Porte. Mutate poi le sorti della guerra, il 20 novembre 1706 Modena fu ripresa da un corpo di 3.000 Imperiali appoggiato da 4.000 uomini delle milizie forensi del Modenese (…) alla testa delle quali era Antonio Maria Susari, Tenente della Guardia del Duca. La cittadella della Capitale si arrese peraltro solo il 7 febbraio 1707, ed in memoria di sì felice avvenimento si cominciò a solennizzare con annua festa e rendimento di grazie quel giorno, in cui con tutti i pericoli di guerra cessò in queste parti la dominazion de’ Francesi. Ancora alla fine del Ducato in occasione dell’Ottava di San Geminiano le truppe estensi sfilavano in parata per le vie della città per celebrare quella che era una sorta di “festa nazionale”.

Anche durante la guerra della successione polacca Modena dovette arrendersi ai Francesi, il 20 luglio 1734, ma a seguito della conclusione della pace tra Francia ed Impero il 23 maggio 1736 gli occupanti evacuarono la città uscendo da porta Sant’Agostino, che fu poi subito dopo armata da una cinquantina di soldati ducali.

 

L’epoca di Rinaldo fu contrassegnata anche da importanti mutamenti in ambito militare, quali ad esempio la generalizzazione dell’uso dell’uniforme e l’adozione della baionetta con conseguente abbandono della picca da parte della fanteria. Lo Stato estense fu peraltro sollecito ad adeguarsi  a tali novità. Sin dal 1695, infatti, il conte Pegolotti, comandante di una brigata formata da quattro Colonnellati, ottenne l’autorizzazione ad introdurre l’uso appunto della baionetta per i suoi soldati di Reggio, e l’anno successivo la conseguì pure per gli altri tre Colonnellati di Castelnovo Monti, Correggio e Rubiera. Al 1698 risale inoltre la disposizione per cui ogni appartenente alla guarnigione della cittadella di Reggio era tenuto ad indossare almeno né giorni che è di Guardia, e quando va per la Città (…) il giustacore fattogli a tal’effetto, come divisa propria di soldato.

 

Sotto Francesco III (1737-1780), principe di notevole personalità, di grande ambizione ed assai interessato alle questioni militari, l’apparato militare estense venne rapidamente ammodernato e potenziato. Già nel 1739 il Duca fu in effetti in grado di inviare due reggimenti di 800 uomini ciascuno, agli ordini dei colonnelli Villeneuve e Prini, a combattere contro i Turchi nella penisola balcanica a fianco dell’esercito imperiale. La campagna non fu favorevole alle armi cristiane, ma le truppe estensi si batterono valorosamente alla battaglia di Grocka e alla difesa di Belgrado, ritornando poi a Modena a metà del 1740 decimate dalle perdite subite in combattimento ed ancor più dagli stenti e dalle malattie (tra l’altro entrambi i comandanti perirono nella spedizione). Scoppiata poi la guerra della successione austriaca, il 30 aprile 1742 il Ducato concluse un’alleanza con la Spagna, impegnandosi a mettere a disposizione di quest’ultima cinque mila uomini ben vestiti, armati, e provveduti di tutto il necessario. Si trattava del reggimento svizzero de Grooss, forte al 4 giugno 1742 di 1.296 uomini; del reggimento Palude, così denominato dal suo comandante conte Cesare della Palude, veterano dell’impresa balcanica, che il 7 maggio 1742 contava 1.240 tra soldati ed ufficiali; di tre reggimenti di fanteria “nazionale” formati con elementi tratti dalla Milizia (1.800 uomini ca. in totale); nonché di cento venti cannonieri e trecento sessanta soldati a cavallo, metà cavalleria e metà dragoni (reggimento Corazzieri Montecuccoli e reggimento Dragoni Rangoni).  Francesco III disponeva inoltre di altri due reggimenti “nazionali”, avendone nel 1740-1741 costituiti cinque, e cioè il “Reggio”, il “Modena”, il “Mirandola”, il “Frignano” e il “Garfagnana”, che portavano uniforme bianca e mostre distintive rispettivamente di colore turchino, rosso, verde, giallo e nero. Pressoché tutte queste truppe furono però quasi subito poste fuori combattimento, perché gli Austro-sardi le bloccarono nelle cittadelle di Modena e Mirandola costringendole alla resa, dopo un’onorevole resistenza, nel giugno-luglio 1742, mentre l’esercito spagnolo del duca di Montemar rimaneva inattivo sulla frontiera pontificia. Nel prosieguo del conflitto il sovrano modenese assoldò comunque altri due reggimenti svizzeri, il Bavois e il Mottet, che rimasero al servizio ducale sino alla fine della guerra, quando furono accorpati in una sola unità al cui comando fu posto il 13 febbraio 1749 Jean François Bressencour, barone di Mandre. L’Armeria Reale di Torino custodisce tuttora sette bandiere di fanteria e uno stendardo di cavalleria estensi, caduti nelle mani dei Piemontesi ma in tal modo fortunatamente conservatisi.

 

Gli anni di pace seguiti al trattato di Aquisgrana (1748) permisero a Francesco III di riordinare le proprie forze militari, che mantennero a lungo una consistenza piuttosto notevole, tanto che durante la guerra dei Sette anni (1756-1763) il Duca, nominato nel frattempo governatore di Milano, poté “prestare” all’imperatrice Maria Teresa diversi reparti, inviati di guarnigione nella Lombardia austriaca. Nell’aprile del 1759 si trovavano in effetti colà distaccati più di 2.700 soldati estensi, e cioè due squadroni di dragoni, il reggimento “Garfagnana”, dislocato a Pavia, il reggimento “Frignano”, acquartierato a Mantova, ed il reggimento Palude, denominato anche “Guardie a Piedi”, di presidio a Lodi e a Pizzighettone.

 

Nel 1769 Francesco III abolì i cinque reggimenti di fanteria nazionale sostituendoli con un unico reggimento detto “di Stato”, dall’uniforme bianca a mostre turchine, che venne ad affiancarsi al “Guardie a Piedi” (cui fu attribuita una divisa bleu con mostre bianche), ai Dragoni, all’Artiglieria ed alle Guardie del Corpo, mentre rimaneva tuttora in vita la Milizia, peraltro ormai da tempo deputata a compiti di secondaria importanza.

 

Il Duca si interessò anche all’ambito navale, rilasciando nel 1776 la patente di colonnello e tenente colonnello rispettivamente al corso Angelo Franceschi e al livornese Lorenzo Pensa, comandanti della fregata “Intrepido” ed intenzionati a condurre sotto bandiera estense la guerra da corsa contro i bastimenti barbareschi. La nave giunse a Malta nel febbraio 1777, salpando poi a metà marzo con 180 uomini a bordo per i mari del Levante, dove a quanto sembra catturò diverse prede. Tuttavia, rapporti poco soddisfacenti giunti a Modena e reclami pervenuti da alcune Corti estere indussero Francesco III, nel settembre del 1777, a ritirare le patenti accordate ed a vietare all’”Intrepido” l’ulteriore uso del vessillo ducale.

 

Ercole III (1780-1796), principe pacifico e parsimonioso, mantenne invece poca forza armata. Infatti, benché sulla carta le truppe estensi formassero una “Legione” di ben 10.000 uomini ripartiti in sei “Divisioni”, la sola unità veramente operativa era la prima divisione “Guardie a Piedi”, con un effettivo di 1.600 tra ufficiali e soldati, mentre la seconda divisione era costituita da truppe urbane e le altre da miliziotti.

 

Pur restando neutrale durante la guerra contro la Francia rivoluzionaria, per dimostrare il proprio attaccamento al Capo dell’Impero nel 1793 Ercole offrì all’Imperatore Francesco II dodici cannoni, che furono poi effettivamente presi in consegna dal maggiore dell’Artiglieria austriaca Pietro Sirè, venuto appositamente a Modena a fine giugno. Quest’atto di devozione del Duca verso il suo signore feudale fu poi preso a pretesto dal Bonaparte per accusare lo Stato modenese di avere favorito i nemici della Francia. E’ però ad esso che dobbiamo la sopravvivenza di almeno qualcuna delle numerose bocche da fuoco esistenti negli arsenali ducali alla vigilia dell’invasione napoleonica, se resterà confermato che rientrano fra quelli donati nel 1793 i tre pezzi d’artiglieria estensi del Settecento recentemente segnalati a chi scrive come custoditi nel Museo dell’Arsenale di Vienna. A quanto consta, prima di tale segnalazione si riteneva che si fosse salvato solamente un cannone di bronzo risalente all’epoca di Francesco II, stemmato e datato 1678, conservato al Museo storico militare di Praga.

 

La Restaurazione del 1814, che portò sul trono di Modena Francesco IV d’Austria-Este (1814-1846), segnò pure la ricostituzione delle forze armate ducali, il cui nerbo venne ad essere formato dal “Battaglione Estense”, che nell’ottobre 1814 contava sei compagnie ed era comandato dal tenente colonnello Giuseppe Stanzani, già “Capo battaglione” all’epoca del Regno Italico. Furono inoltre costituiti un Corpo Dragoni, sul modello della Gendarmeria napoleonica, e un battaglione di “Truppa Regolata Urbana”. Queste modeste forze furono messe alla prova già nei primi mesi del 1815, quando si trovarono di fronte i Napoletani del Murat, che appoggiavano il tentativo di riscossa di Napoleone, tornato dall’Elba. Modena fu occupata il 4 aprile, ma ben presto la controffensiva asburgica costrinse il nemico a retrocedere fino ai propri confini. Alla spedizione contro Napoli prese parte anche il battaglione dello Stanzani, che si batté bravamente a fianco degli Austriaci il 3 maggio a Tolentino, nella battaglia che segnò la definitiva sconfitta di Re Gioacchino. Rimasti per qualche tempo di presidio nel Regno, gli Estensi -che il 23 maggio avevano 268 fra ufficiali e soldati a Maddaloni ed altri 136 uomini suddivisi tra varie località, o rimasti indietro, all’ospedale ecc.- furono poi richiamati nell’Italia settentrionale per partecipare all’invasione della Provenza insieme ad altri corpi italiani ed imperiali, rientrando infine a Modena il 21 novembre 1815.

 

Tramontato definitivamente l’astro napoleonico, l’esercito ducale fu riordinato ed accresciuto, pur rimanendo un organismo dalle dimensioni alquanto ridotte. Basti pensare che il 2 febbraio 1831, alla vigilia dell’insurrezione del Menotti, esso contava meno di 2.000 uomini, di cui solamente 1.200 atti ad essere impiegati operativamente. Scoppiata la rivoluzione le truppe rimasero in complesso fedeli al sovrano, seguendolo dapprima a Mantova e poi battendosi vittoriosamente insieme agli Austriaci il 5 marzo a Novi contro i ribelli che avevano occupato il paese per tentare di impedire il ritorno di Francesco IV. A quanto riferito dallo Stanzani, che guidò l’azione e fu poco più tardi promosso generale ed innalzato al comando supremo, gli insorti ebbero più di 40 uccisi e 30 prigionieri contro due soli feriti tra gli Estensi, che si impadronirono pure di molte armi (…) bandiere e sciarpe tricolori.

 

Il ristabilito governo ducale si preoccupò subito di potenziare l’esercito, che nel corso del 1831 aumentò considerevolmente la propria forza, giungendo a contare circa 2.600 uomini in servizio al 1° gennaio 1832. Tale risultato fu conseguito sia tramite il rafforzamento dei reparti esistenti sia tramite la definitiva organizzazione del nuovo Corpo dei “Cacciatori del Frignano”. I Cacciatori, soppressi poi con la rivoluzione del 1848, erano reclutati nel Frignano, nella montagna reggiana, in Lunigiana e in Garfagnana; avevano il compito di mantenere l’ordine ed assicurare l’osservanza delle leggi nelle zone montuose dello Stato attraverso una rete di “brigate” distribuite capillarmente sul territorio, mentre  i Dragoni assolvevano le stesse funzioni nella pianura.

 

A partire dal 1832 cominciarono inoltre ad essere organizzate, come forza ausiliaria da affiancare all’esercito, le Milizie Volontarie. Esse erano costituite da campagnoli, i quali, pur restando ordinariamente alle loro case ad attendere ai lavori campestri, erano tenuti a presentarsi di quando in quando la domenica per l’addestramento, nonché a prestarsi ai servizi che fossero loro comandati, tanto ordinari –pattugliamenti notturni per assicurare la sicurezza del territorio di pertinenza- quanto straordinari (reparti di militi furono ad esempio talvolta mobilitati per guarnire i posti armati delle città). Sul finire del 1834 erano inquadrati nelle Milizie oltre 5.500 uomini, con una riserva di altri 2.000. Il ripristino e l’ammodernamento di quella che era stata una delle più caratteristiche istituzioni militari dell’Antico Regime, cioè la Milizia, diede nel Ducato estense –a differenza che in altri Stati preunitari- complessivamente buona prova, tanto che dopo la soppressione delle Milizie Volontarie seguita alla rivoluzione del 1848 l’esperienza fu ripresa con la costituzione nel 1849 di una Milizia di Riserva, suddivisa in tre reggimenti forti in tutto di circa 7.500 armati.

 

La storia militare del Ducato di Modena dopo la parentesi rivoluzionaria del 1848 e sino alla conclusione dell’armistizio di Villafranca (luglio 1859) è stata narrata da chi scrive, come meglio ha potuto, nel volume dal titolo L’esercito del Ducato di Modena dal 1848 al 1859, recentemente pubblicato dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Ci si limiterà perciò in questa sede a dire che il nuovo Duca Francesco V (1846-1859) nel 1849 introdusse la coscrizione obbligatoria e diede alle truppe estensi, comandate dal correggese Agostino Saccozzi, un assetto destinato sostanzialmente a non più modificarsi sino alla fine dello Stato modenese. Oltre ai Dragoni, esse vennero a comprendere: un reggimento di fanteria di Linea, con un organico di circa 2.300 uomini ripartiti in tre battaglioni (cui in caso di richiamo dei riservisti se ne aggiungeva un quarto); un Corpo d’Artiglieria; un Corpo Pionieri, i cui appartenenti fra l’altro apprendevano il mestiere di muratore, falegname o fabbro che poi esercitavano a pro dell’”Azienda Militare” o di altri dicasteri; un minuscolo Corpo del Genio, che svolgeva soprattutto attività cartografica e topografica; un Corpo Veterani, in cui erano riuniti gli elementi anziani ed inabili; e infine un piccolo Corpo Trabanti, che provvedeva alla sorveglianza interna del palazzo ducale. Nel 1859 la forza complessiva dei Corpi ammontava a circa 3.600 tra ufficiali e soldati, ai quali si aggiungevano 700 riservisti, gli addetti all’amministrazione, ai comandi di Piazza ecc., nonché le Guardie Nobili d’Onore e la Milizia di Riserva. Le vicende della II guerra d’indipendenza, ed in particolare la sconfitta subita dal Gyulai a Magenta, forzarono poi il Duca e l’esercito ad abbandonare Modena l’11 giugno 1859 per ritirarsi in territorio austriaco, dove le truppe estensi rimasero in esilio per oltre quattro anni, in attesa di una riscossa che la sorte non volle consentire.

 

L' articolo "La Storia militare del Ducato di Modena" è  tratto dal periodico illustrato di storia, arte, tradizioni e dialetti

" Il Ducato - Terre Estensi"

edito dalla Associazione  Culturale " Terra e Identità", via Prampolini 69   41100 Modena - E mail bdmo@tin.

 

 

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